Parlare di aborto

Tag cloud contraccezione (© Web Buttons Inc - Fotolia)

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Pochi temi sono controversi come l’aborto. Basta pronunciarne il nome, in conversazioni private o in contesti pubblici, per ottenere l’effetto istantaneo di dividere gli interlocutori in fazioni opposte, incapaci di ascoltarsi o di portare il proprio ragionamento al di là di un semplice sentire “di pancia”. Le interruzioni di gravidanza sono un fenomeno piuttosto comune (110.000 in Italia nel 2011), eppure fanno parte di quel “rimosso sociale” del quale, per buona creanza, è meglio non parlare.

Il dibattito, come dicevamo in un articolo precedente, va sempre a toccare il corpo delle donne, di cui tutti, chissà perché, si sentono in dovere di dover specificare quali siano gli usi leciti e non. Dalle posizioni più estreme di chi grida la condanna – assassine! - a chi riesce ad ammetterlo soltanto come extrema ratio, cui però seguirà il prezzo da pagare, quel dolore che sempre punisce la donna colpevole di aver compiuto una scelta in autonomia.

Quel che è certo è che parlare di aborto porta allo scoperto dei nodi irrisolti della nostra società nella quale, per molti aspetti, la componente femminile ha fatto passi da gigante. Ha più diritti l’embrione, una persona “in potenza” ma comunque vita, o una donna? E la donna può decidere per se stessa contro tutto e tutti, al limite anche contro chi quell’embrione ha contribuito a farlo esistere, ovvero il padre?

Non è facile dare risposte a domande che chiamano in causa la coscienza di ciascuno. L’unica maniera per intervenire su questo fenomeno è diffondere educazione e informazione, in maniera tale che non si debba arrivare a una simile scelta. Quando però una scelta è necessaria, puntare il dito contro non aiuta nessuno.

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